La storia, ricostruzione ordinata di eventi umani reciprocamente collegati, è nata per essere ricordata. Numerosi sono gli eventi memorabili, decorosi e spregevoli, i quali hanno lasciato un’impronta indelebile nell’intero percorso storico. Era il 19 marzo 1994, circa 27 anni fa, quando Giuseppe Diana, noto a tutti con l’appellativo di “Don Peppino“, fu assassinato dalla camorra nelle mura della sua parrocchia di Casal di Principe.
Un avvenimento inatteso, sorgente di sofferenza e di dolore, oltre naturalmente che di timore: oscura paura per la crudezza e l’asprezza di un atto spregevole, chiaramente insensato.
Il presbitero ha perso la propria vita nel luogo in cui è nato 36 anni prima: la parrocchia di San Nicola da Bari, infatti, era situata proprio nel comune campano.
La mafia non ma hai gradito l’operato di Don Peppino.
L’impegno di quest’ultimo,infatti, rappresentava una totale minaccia per coloro che contrastavano i suoi ideali onesti. Illustre è il suo documento “Per amore del mio popolo non tacerò“.
Era questo un elaborato con cui esternava la sua volontà di combattere e distruggere le azioni malvagie della criminalità.
Giuseppe Diana: storia di un eroe semplice
Giuseppe cominciò i propri studi ad Aversa, poco distante da Casal di Principe; successivamente decise di recarsi presso la sede Pontificia facoltà teologica dell’Italia Meridionale a Posillipo per seguire lì le lezioni. Completò il suo percorso scolastico con la laurea in Filosofia all’Università Federico II di Napoli. Nel 1982 fu anche ordinato sacerdote e divenne anche caporeparto dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani. Dopo sette anni, riuscì a guadagnarsi il ruolo di parroco proprio nella chiesa di San Nicola a Casal di Principe, oltre ad ottenere la cattedra in un istituto tecnico industriale.
All’inizio dell’ultimo decennio del ‘900, Diana diede avvio alla battaglia contro la mafia. In quel passo temporale, numerosi erano i clan casalesi in possesso di alcune merci che commerciavano illecitamente. La sua lotta all’ingiustizia fu costante, i suoi insegnamenti e i suoi principi ostacolorono ininterrottamente la criminalità. In chiesa, la domenica, tra le persone, in piazza, tra gli scout, durante i matrimoni: ogni luogo era atto a predicare ciò in chi lui credeva e difendeva, ma fu proprio il suo comportamento ad essere condannato.
19 marzo: l’agguato
Il 19 marzo 1994, proprio nel giorno di San Giuseppe, suo onomastico, Don Peppino Diana, agli albori del mattino, perse la vita nella sua struttura religiosa, mentre si stava preparando per svolgere la messa. Cinque sono stati i proiettili che hanno troncato le continue pulsazioni del suo cuore: uno alla mano, uno al collo, uno al volto e due alla testa per rendere ancor più inumano un episodio carico di perfidia e di meschinità. L’assassinio del parroco distrusse la serena quotidianità degli individui e sconvolse l’intero ambiente casalese. La mafia aveva colpito ancora un’altra volta, neppure un uomo di chiesa era stata risparmiato. Circa 20mila furono gli individui i quali assistettero al funerale di Giuseppe.
Per l’omicidio, venne punito con l’ergastolo il camorrista Nunzio De Falco, il 30 gennaio 2003, come mandante dell’assassinio. Successivamente, anche Francesco Piacenti e Mario Santoro sono stati condannati come “collaboratori” dell’omicidio. Non sarà mai effettuato abbastanza, però, per cancellare ciò che il povero Don Peppino ha subito, ma neppure il suo ricordo sarà distrutto. Si dedicò con tutto sé stesso in un combattimento all’ultimo sangue contro la camorra, con il fine di difendere e sostenere le famiglie a contatto con essa. Giuseppe Diana tentò di aiutare gli individui nei momenti più amari, in cui la mafia prendeva il sopravvento. Il suo operato non può essere obliato, la sua figura resterà in eterno nei nostri cuori.